momo

Le déserteur

Generale, colore — Inviato da orafiore @ 23:52

 

 

 

Monsieur le président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Monsieur le Président
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C'est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Ma décision est prise
Je m'en vais déserter
Depuis que je suis né
J'ai vu mourir mon père
J'ai vu partir mes frères
Et pleurer mes enfants
Ma mère a tant souffert
Qu'elle est dedans sa tombe
Et se moque des bombes
Et se moque des vers
Quand j'étais prisonnier
On m'a volé ma femme
On m'a volé mon âme
Et tout mon cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J'irai sur les chemins
Je mendierai ma vie
Sur les routes de France
De Bretagne en Provence
Et j'irai dire aux gens
Refusez d'obéir
Refusez de la faire
N'allez pas à la guerre
Refusez de partir
S'il faut donner son sang
Aller donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le président
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n'aurai pas d'armes
Et qu'ils pourront tirer

 


Non sono riuscit@ a cancellarli@ la guerra, il freddo, la fame, la morte, il terrore, il nemico, non permettiamo che lo faccia la mancanza di memoria.

Generale, colore — Inviato da orafiore @ 23:32

Non sono riuscit* a cancellarl* la guerra, il freddo, la fame, la morte, il terrore, il nemico, non permettiamo che lo faccia la mancanza di memoria.

Tutte noi partigiane portavamo i pantaloni perché più caldi, più comodi e pratici, ma Rosina vi aveva rinunciato perché diceva che avrebbero attirato troppa attenzione sul suo gran sedere
che aveva bisogno invece di essere ignorato: quindi indossava sempre una veste ampia e diritta che a suo avviso le nascondeva ogni… esuberanza.
Io avevo invidia della sua forza e della sua salute che le permettevano di sopportare con disinvoltura fatiche e veglie, e solo a guardarla prendevo coscienza del mio fisico troppo esile e anche un po’ fragile.
Un giorno fui in grado di misurare appieno questa sua forza quando la vidi
abbattere un vitello – insolitamente destinato alla nostra mensa partigiana – con un preciso pugno tra gli occhi: vidi la bestia barcollare e poi cadere ribaltandosi su un fianco, pronta per
essere sgozzata, ed è certo che tale esibizione mi dette – e mi dà ancora –
un vero sgomento.
Il suo zaino, durante i nostri ripetuti spostamenti, era sempre il più carico
perché vi trasportava, oltre i suoi effetti personali e i caricatori di riserva, anche quanto poteva occorrere alla madre, con noi alla macchia, e anche tante erbe medicinali essiccate con le quali, forte degli insegnamenti paterni, era solita curare tanti nostri piccoli malanni.
Spesso tornava dai paesini prossimi alla via Flaminia anche con alcune medicine
tra le più conosciute e usate, quali aspirina e sciroppi, con armi e dinamite, ma soprattutto con vestiario pesante, specie per gli ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento dopo l’armistizio, i quali indossavano indumenti ormai inadatti al clima dell’inverno.
Quando Rosina appariva nelle aie con il suo grande zaino ricolmo, tutti i bambini le correvano incontro festosi perché ormai sapevano che esso conteneva, celate in qualche berretto o in qualche calza, tante caramelle di vari colori e sapori che solo da poco temo avevano visto e gustato, ed ella mi diceva poi la sua soddisfazione per essere riuscita a renderli felici con così poco.
Nei suoi giri clandestini era spesso riuscita a scovare anche qualche vecchio giocattolo, ma erano così pochi e i bambini così tanti che per non fare torti alla fine li metteva da parte e li guardava e li riguardava, forse memore dei suoi giochi infantili con una triste bambola di pezza.
Rosina aveva la dote della sincerità: non aveva alcuna remora di dire in faccia a coloro che non le piacevano, Rosina con la sua cavallina “Ribella”.
Il perché della sua antipatia ed era facile condividere il suo modo di sentire che a tutta prima poteva sembrare troppo istintivo e settario, ma che aveva invece precise ragioni di essere.
Nutriva soprattutto una forte antipatia per i preti, perché – diceva – tutti quelliche aveva conosciuto li aveva scoperti falsi e conformisti, perché andavano a benedire, nelle sedi del Fascioe nelle Caserme, i gagliardetti e le bandiere che i soldati portavano poi sui fronti della nostra guerra di aggressione, perché maledivano il marxismo e coloro che ci credevano, perché incapacidi critica aperta e disinteressata e infine perché in gran parte beoni e manichei. Aggiungeva di averne conosciuto uno solo in gamba (certamente si riferiva a Don Giuseppe, parroco di Secchiano), sollecito e amante del prossimo, rispettoso delle idee altrui, ma che – anche e soprattutto perché
aveva tali doti – era stato denunciato dai fascisti ai tedeschi, catturato e portato a morire chi sa dove.
Rosina aveva gli stessi occhi grandi e vivi del padre e aveva la sua bontà e il
suo meraviglioso ottimismo. Era sempre affettuosa e gentile, ma quando si arrabbiava per qualche seria ragione le sue bestemmie stavano alla pari, per colore e fantasia, con quelle del mio compagno di squadra Valentino Guerra, che avevo sempre considerato ineguagliabili. In breve furono conosciute da tutti e nei vari distaccamenti spesso si commentavano con divertita ironia e se ne plaudiva l’originalità.Una sera fummo entrambe incaricate di portare un messaggio al Comando del IV battaglione i cui tre distaccamenti, se si eccettuano pochi altri stranieri, erano formati solamente da jugoslavi. Durante il tragitto, dopo circa un’ora di cammino, ci ricordammo di non conoscere la parola d’ordine che ci avrebbe permesso di avvicinarci senza pericolo alle sue postazioni e ricordammo anche che gli jugoslavi, esperti di guerriglia, erano sempre in allerta e che sparavano anche alle ombre che in qualche modo gli apparissero sospette. Il messaggio era urgente perché il Comando di Brigata aveva deciso, in seguito a improvvise informazioni, un’azione offensiva da effettuare intorno alle prime luci dell’alba per la quale si chiedeva anche la loro partecipazione, e quindi non avevamo davvero il tempo di tornare indietro
Quando fummo in vista del Comando qualcuno – dal buio – ordinò l’alt e chiese la parola d’ordine. Ci fermammo immediatamente, ma il brusco arresto, su quel sentiero impervio e pieno di sassi, sbilanciò Rosina che inciampò e cadde. Mentre l’aiutavo a rimettersi in piedi, le sussurrai spaventata: «Cristo! ora ci sparano!» e Rosina mi rispose ad alta voce con una delle sue più colorite bestemmie. Udimmo ridere di gusto e poi la stessa voce di prima gridare in tono diverso:
«Venire avanti. Capito, capito, figlia Panichi!». Questo episodio è senz’altro indice della notorietà raggiunta dalle bestemmie della Rosina e dal suo modo di agire, sempre franco e istintivo, fuori da tutti gli schemi, che in breve ne aveva fatto un personaggio conosciuto e amato. Credo che avesse una simpatia amorosa per un partigiano di nome Marino e ne fui certa quando la vidi piangere nell’apprendere che era stato ferito durante un’azione. Le chiesi allora se ne fosse innamorata, ma mi rispose – ruvida – di pensare ai fatti miei. Considerata la confidenza che ci univa, rimasi sconcertata dalla sua brusca risposta.
Ora so che aveva ragione di non dire niente perché con il tempo ho imparato che i sentimenti d’amore sono un segreto prezioso da tenere chiuso dentro di noi, che anche le sole parole possono sciupare.
Non so che fine abbia fatto il suo amore per Marino, ma è ormai risaputo che il primo amore ha quasi sempre un seguito impossibile e credo che anche questo non abbia fatto eccezione.
Verso la fine di maggio Rosina si mise in cammino con il padre alla ricerca del fratello Carlo Leibnecht (1), scomparso durante l’ultimo rastrellamento tedesco mentre tentava di raggiungere, insieme ad un compagno, un’altura tenuta da alcuni partigiani polacchi. Lo cercarono ovunque, sempre più disperati, anche nelle tombe più recenti, in quelle ancora senza né un’indicazione né un nome. Infine alcuni contadini li guidarono verso un tumulo sotto il quale si diceva fossero stati sepolti due giovani fucilati dai tedeschi, subito dopo la loro cattura nei pressi dell’Alpe della Luna.
Rimossa la poca terra che li ricopriva apparvero, per prime, le gambe dei due ragazzi. Sui piedi di uno di essi Rosina riconobbe le calze che lei stessa aveva confezionato con rimasugli di lana di varie tinte e ricordò che il fratello gliele aveva chieste in regalo dicendole che quei colori così vividi lo avrebbero rallegrato ogni qualvolta vi avesse posato lo sguardo. Tremando e già quasi accecata dalle lacrime chiese ai contadini che l’accompagnavano di scoprire il volto di colui che le indossava.
No, non si era sbagliata: il ragazzo con le calze colorate era proprio suo fratello!
Lo chiamò, singhiozzando, con il tenero nomignolo con il quale in famiglia gli si rivolgevano da sempre: «Lelo, Lelo», mentre suo padre, vicino a lei, era rimasto muto, annientato dal dolore. Infine qualcuno ricoprì quei due poveri corpi segnati dagli spari e Rosina mi disse poi di ricordare di quei momenti terribili solo i colori di quelle calze che man mano aveva visto sparire sotto ogni nuova palata di terra.
Nei giorni che seguirono Rosina seppe trovare per il padre e per la madre le parole giuste per farli uscire dalla disperazione e – non so come – in breve seppe infondere in entrambi una nuova energia ed un nuovo coraggio.
Presto il rastrellamento del maggio divenne per tanti di noi solo un brutto ricordo e a giugno e in parte a luglio fummo tutti impegnati ad attaccare, lungo la via Tifernate e la Flaminia, il nemico in ritirata verso il Nord.
Rosina spesso fu ancora al mio fianco, in situazioni a volte comiche e a volte tragiche, ma non la udii più ridere ne profferire bestemmie, forse perché gioia ed ira – uno dei tanti binomi della vita – dentro di lei si erano spente per sempre!

(1) Così come Rosina si chiamava Rosa Luxemburg Panichi, anche il fratello aveva il nome di un altro martire socialista tedesco.

 Buon 25 Aprile


mare d'inverno

colore — Inviato da orafiore @ 12:45

mastica e sputa

colore, stigma — Inviato da orafiore @ 22:20

 

 

 

Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera

mastica e sputa
prima che metta neve
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena

un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
luce luce lontana
che si accende e si spegne

quale sarà la mano
che illumina le stelle
mastica e sputa
prima che venga neve

@@riprendero' quell'altalena come fa il vento alla schiena@@


baradel

colore — Inviato da orafiore @ 22:11

dio è morto, Marx è morto e io non ho un cazzo di santo in paradiso

Generale, colore — Inviato da orafiore @ 20:10

wap .. is this yours?

colore — Inviato da orafiore @ 13:42


guess

colore, aforismi — Inviato da orafiore @ 23:10


Sovietcong Cinemarxism pleased to meet you

colore — Inviato da orafiore @ 13:45

Please allow me to introduce...

One plus one - Sympathy for the Devil - Jean Luc Godard

 

Freudemocracy

 

All about eve

 

The heart of occident

 

 

enjoy

signora miseria

colore — Inviato da orafiore @ 22:29

 (Continua)

l'Unità, Indymedia e il barbeque d'Adamo

Generale — Inviato da orafiore @ 21:49

sono inciampata per caso su questo articolo dell'Unità sulla riapertura di Indymedia Italia, devo dire che la stesura dell'articolo e' un raro esempio di scuola di giornalismo italiano mainstream.

(sono ironica eh che poi magari qualcuno mi prende sul serio..)

********

Indymedia Italia, la parola ai media-attivisti

Paola Zanca

 

Due anni fa era andato in “aspettativa”. Ora ritorna, più agguerrito che mai: Indymedia Italia fa di nuovo capolino sul web. Il sito di controinformazione è costruito come un network, a cui ognuno può liberamente contribuire, ed è la voce per eccellenza di tutte quelle parti di mondo che la cosiddetta informazione mainstreaming trascura, o peggio, censura.

Nasce nel 1999 durante il G8 di Seattle, come strumento di comunicazione della rete no global. Da lì fioriscono tutte le diverse costole locali: una versione nazionale per ogni paese del mondo ma anche piccoli network regionali, come nel caso italiano.

Per strada, si legge sulla nuova home page del sito italiano, si è perso «un pezzo importante dell'intelligenza che ne animava i contenuti»: uno dei suoi fondatori e più importanti animatori, infatti «è morto alla fine di aprile».

La sospensione del portale era arrivata a fine 2006: serviva una momento di riflessione sul futuro della piattaforma, che arrivava anche dopo una serie di problemi legali: nel 2004, infatti, l’Fbi aveva sequestrato il server americano di Indymedia, mentre l’anno successivo proprio il “nodo” italiano era finito nel mirino della magistratura per un fotomontaggio su papa Ratzinger. Ora torna in vita uno spazio importante per tutti i "media-attivisti". Ovvero per chi non si accontenta di «odiare» l'informazione, ma preferisce partecipare.

 


minima moralia

colore — Inviato da orafiore @ 22:46

a new kind of man

colore — Inviato da orafiore @ 23:29

an underwater kind of silence humming of electric pylons 

"don't forget me fades in static " - another scene began  

 

 

mettete dei fiori nei vostri cassonetti


galline in fuga

colore — Inviato da orafiore @ 23:18

Un tetro allevamento di polli immerso nella campagna inglese come un campo di concentramento immerso nell'Europa della seconda guerra mondiale.Il pollaio di concentramento e' gestito dall'avida signora Tweedy:quando una delle internate non produce piu' la quantita' di uova richieste,e' la pena capitale:la pentola!

"Sono galline...sono le creature più stupide di questo pianeta: non complottano, non cospirano e non sono organizzate "dice la signora Tweedy al marito che invece ha più di un sospetto sui propositi di fuga del pollaio.

In realta' ,a dispetto di quel che pensa la signora Tweedy,innumerevoli sono i tentativi di fuga ed altrettanto innumerevoli sono i fallimenti fatti dalle galline.Il loro sogno è fuggire da quello che è un vero e proprio campo di concentramento, verso un'esistenza libera.


A tutto ciò si aggiunge anche l'avidità della Signora Tweedy, che decide di aumentare i profitti trasformando la ditta da "Produzione Uova" a "Produzione Pasticci di pollo", condannando così a morte tutte le galline.I fattori ,due terribili aguzzini nazisti,e soprattutto la signora Tweedy in nome della logica spietata che la produzione capitalistica comporta comprera' "l'incubo tecnologico"che fa rabbrividire l'intero pollaio:la macchina per fare pasticci di pollo!

Il passaggio attuato dall fattoria dei Tweedy dal fordismo esasperato della produzione in serie di uova al postfordismo della nuova linea di prodotti( che si affida alla pubblicità ed ottimizza, grazie alla tecnologia, i modi e i tempi della produzione) porta con se' l'installazione della macchina che trasforma i pennuti in tortini di gallina.La fuga diventa tanto piu' urgente :Le galline, pur essendo state dotate da madre natura di un paio d'ali, non sono in grado di volare :il loro peso specifico non permette ai pennuti che brevi e imbarazzati balzi verso l'alto:gli insuccessi si susseguono.

Una notte, dal cielo piove nel pollaio Rocky, bel galletto americano che fa intravedere a Gaia(pollastrella volitiva il cui motto e': "vivere da galline libere o morire nel tentativo!!") una speranza di salvezza.Il gruppo di pennute, capitanate da Gaia si illude così di poter imparare a volare per evadere dalla prigionia. Rocky tenta di insegnare alle dolci e sgraziate comari l'arte del volo. Un'impresa impossibile. Fisica e matematica non depongono certo a favore dei pennuti. Salvo poi accorgersi che anche Rocky non è autonomamente in grado di spiccare il volo. Serve anche a lui una spinta, magari data da un cannone da circo(come accadeva a lui stesso, gallo da circo e ora gallo in fuga dai suoi aguzzini ed erroneamente precipitato nell'azienda Tweedy)..

Che delusione e che beffa la sua fuga solitaria dal pollaio. Non resta a Gaia ed alle sue comari che tentare di evitare lo sterminio collettivo, rappresentato da una complicata ed enorme macchina in grado di preparare autonomamente succulenti tortine di pollo, mettendo in moto il proprio ingegno. Solo la dimensione del sogno permettera' ai personaggi di uscire dal regime della necessità tecnica produttiva funzionale a cui sono costretti, sfuggire allo sterminio sistematico e programmato di una "razza" in ottemperanza alle leggi del profitto.

Come massa amorfa il gruppo di galline è destinato a perire, come insieme omogeneo di individui è inevitabilmente portato alla "fuga per la vittoria". Chi progetta, chi cuce, chi intaglia il legno, chi martella i chiodi, tutti, secondo le loro capacità, concorrono alla costruzione del marchingegno volante che le portera' verso la salvezza... Un monito molto forte rivolto verso tutte quelle forme di oppressione totalitaristiche, politiche ed economiche, che riducono l'individuo ad una statistica, ad una scheda elettorale, ad un potenziale consumatore:Paradossalmente sarà grazie al loro intelletto ed alla loro capacità manuale il popolo delle galline riuscirà a salvare testa, penne e petto.

Privi di qualsiasi "sex appeal", buoni solo per il girarrosto o la pentola con il loro coraggio e testardaggine il popolo delle galline riuscira' a sopravvivere e a conquistare la sua terra promessa.A dispetto di quello che pensa la Signora Tweedy (alta, segaligna, il perfetto quadro dell'avidità, tratteggiata come un capitano delle SS.) le galline non sono affatto sceme .


nel cuore un'amarezza e nella mente l'idea della ribellione

colore — Inviato da orafiore @ 23:12

Inviperito per la morte del suo levriero un signorotto locale, tal Vincenzo C, prese a calci mia madre incinta.
Per questa selvaggia violenza ella fu costretta a guardare il letto per tre anni. Poi, smarrita la ragione venne rinchiusa nel manicomio di Aversa.

La giustizia abita i milioni e milioni di chilometri lontano dalle case dei ricchi e dei potenti.

Un bel mattino Don Vincenzo C. a tre miglia circa da Rionero venne accolto da una fucilata.
Per il suo tentato assassinio vennero ingiustamente arrestati mio padre e altri cinque disgrazziati.
Cosi', anche se all'ora del misfatto mio padre si trovava a nove miglia da Rionero, come testimoniarono i suoi padroni di Venosa e quelli che  lavoravano con lui, venne posto in nudo carcere e sottoposto a procedimento penale.

Disperazione e miseria sono con noi. La morte ed il carcere è serbata ai miseri!
Eppure abbiamo un padrone in cielo, Iddio, un signore in terra, il Re: in quei tempi avevamo Francesco II per Re, Maria Cristina per Regina; i santa ed il Re buono dei Napoletani; ma essi pensavano alle feste ed alla gloria, mentre, noi morivamo di fame

 

Carmine Donatelli Crocco


Movimento per la chiusura delle tube di faloppio (MCTF)

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